di Piero Maroni

SE QUESTO È UN UOMO
Primo Levi è uno scrittore la cui vita è stata segnata da un’esperienza tragica: la deportazione nel campo di concentramento d’Auschwitz durante la Seconda guerra mondiale. Nato a Torino nel 1919, ebreo, appartenente a una famiglia borghese, laureato in chimica. Levi è un antifascista e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unisce a un gruppo di partigiani, ma viene presto arrestato e inviato nel campo di concentramento di Fossoli presso Modena, da qui, nel febbraio del 1944, è deportato ad Auschwitz in Polonia, in un campo dove si univa il lavoro forzato al vero e proprio sterminio degli Ebrei e non solo. Qui rimane per circa un anno, finché i tedeschi in fuga non lo abbandonano insieme con altri prigionieri ammalati. Essendo scampato allo sterminio, Levi sente il dovere di testimoniare la realtà dei campi nazisti, di scrivere anche a nome di tutti gli altri che sono morti. Da quest’esigenza nasce il romanzo-testimonianza “Se questo è un uomo”, pubblicato nel 1947. Un altro importante romanzo è “La tregua” in cui narra il ritorno dalla Polonia.
Nonostante i successi letterali e l’attiva partecipazione alla vita del suo tempo, Levi non è mai riuscito a dimenticare l’angoscia del Lager. È stata probabilmente la ferita insanabile prodotta da questa dolorosa esperienza a spingere al suicidio lo scrittore torinese che si è tolto la vita nel 1987.
La poesia “Se questo è un uomo” è un’opera di testimonianza e insieme un documento storico. In esso l’autore ripercorre in modo drammatico ed efficace la tremenda esperienza da lui vissuta nel campo di concentramento, presentandoci un allucinante quadro di orrori e di sofferenze, che non vuole ridursi a un tragico lamento, ma è un invito a conoscere, a meditare e riflettere affinché nella storia dell’uomo non si ripetano più le condizioni che hanno permesso la nascita e l’affermarsi di un’ideologia come quella nazifascista.
Nella poesia Primo Levi racconta le dure regole dei campi di sterminio. Nella prima strofa è alle persone che trascorrono un’esistenza nella normalità che l’autore si rivolge, invitandole a riflettere. La gente in condizioni “umane”, vive nelle proprie case, ben riscaldate, accoglienti, in cui la sera, chi ha lavorato durante il giorno, trova un pasto caldo e volti familiari. A questa situazione di tranquillità si oppone nella seconda strofa quanto d’atroce accade nei campi di sterminio.
Levi invita a riflettere, a considerare se è un uomo colui che lavora nel fango, che non conosce pace ed è costretto a lavorare in continuazione. La riflessione dell’autore diventa anche più profonda e dolorosa nel soffermarsi a guardare alla condizione delle donne deportate, private del proprio nome e di cui la volontà di vivere si è spenta, sapendo di dover morire.
Nella terza strofa Levi invita a riflettere su quanto è accaduto e esorta tutti a non dimenticare. Per chi sostiene idee razziste Levi scaglia una maledizione: che si distrugga la loro casa, che li colga la malattia, che i loro figli li abbandonino.
























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