di Piero Maroni
MITI E LEGGENDE DELL' ANTICA GRECIA

Meleagro era figlio di Altea e di Eneo, re di Calidone, ma pare che il suo vero padre fosse Ares, il dio della guerra, che aveva sedotto Altea.
Poco dopo la sua nascita, si presentarono le tre Moire, le dee del destino, e Atropo, colei che reggeva il filo della vita di ogni umano, indicando un pezzo di legno che stava bruciando nel focolare, disse ad Altea che il figlio sarebbe vissuto finché il tizzone ardente, in quel momento nel fuoco, non si fosse consumato.
Appena le Moire si furono allontanate, Altea tolse immediatamente dalle fiamme il pezzo di legno che incarnava la vita di Meleagro e lo mise al sicuro in una cassa per conservarlo gelosamente. Col passare degli anni, Meleagro crebbe, divenendo il miglior lanciatore di giavellotto che ci fosse in Grecia e un celebre eroe e sposò una bella ragazza di nome Cleopatra.
Un giorno, Eneo, il padre mortale di Meleagro, offese Artemide, la dea della caccia e dei boschi, perché durante una festa per la mietitura, aveva offerto sacrifici a tutti gli dei dell’Olimpo, dimenticandosi però di lei. Artemide, per vendicarsi, inviò a Calidone un mostruoso cinghiale che iniziò a distruggere le coltivazioni e gettò nel panico la regione.
Per contrastare la furia selvaggia della bestia, Eneo inviò araldi in tutta la Grecia invitando i migliori guerrieri e cacciatori a partecipare alla caccia e promettendo come trofeo la pelle e le zanne del feroce animale a chiunque lo avesse ucciso.
Risposero all’appello un gran numero di eroi, con l’esclusione di Ercole, impegnato nelle sue proverbiali fatiche.
Oltre a Meleagro, arrivarono a Calidone i suoi zii materni, fratelli di Altea e tantissimi altri; tra essi anche una bellissima vergine proveniente dall’Arcadia: Atalanta, una giovane cacciatrice, bella ed abile, però molti eroi manifestarono la propria contrarietà per la presenza nel gruppo di una donna, ritenuta portatrice di sventura.
Purtroppo, pare che Meleagro si fosse perdutamente invaghito di Atalanta, per cui dichiarò che, se fosse continuato l’atteggiamento ostile verso la cacciatrice, la battuta di caccia sarebbe stata annullata.
Calmati gli animi, la spedizione ebbe inizio. Su consiglio di Meleagro, i cacciatori si schierarono a mezzaluna ed avanzarono nella foresta, finché sorpresero il cinghiale nei pressi di un corso d’acqua. La reazione della belva fu immediata. Sotto la sua carica, un paio di cacciatori persero la vita e altri rimasero feriti.
Atalanta riuscì a impedire che il cinghiale uccidesse altri, colpendo la belva all’orecchio con una freccia. Seguì una mischia furibonda, in cui fu risolutivo l’intervento di Meleagro, che riuscì infine ad uccidere il cinghiale con un colpo di giavellotto al cuore.
L'eroe scuoiò l’animale e ne offrì la pelle ad Atalanta, che ne aveva versato il primo sangue, provocando però le rimostranze dei suoi zii materni, che ritenevano che il trofeo dovesse andare a Meleagro stesso e, se lui proprio non lo voleva, alla figura più autorevole presente, cioè Plessippo, il fratello maggiore di Altea e cognato di Eneo.
Meleagro, ormai ammaliato dal fascino di Atalanta, si schierò subito dalla sua parte e, in un impeto d’ira, uccise due dei suoi zii materni.
Gli altri due zii superstiti dichiararono immediatamente guerra alla città di Calidone e vennero anch’essi uccisi da Meleagro nel corso della lotta che ne seguì.
Altea, furibonda per la tragica fine dei suoi fratelli per mano del figlio, decise infine di vendicarsi e, recuperato il tizzone dalla cassa, lo gettò nel fuoco. Appena il tizzone finì di consumarsi, Meleagro, in preda a brucianti dolori, venne sopraffatto dagli avversari e morì combattendo sotto le mura della città.
Altea, pentitasi per il suo gesto, e Cleopatra, ormai vedova di Meleagro, si impiccarono subito dopo. Alla morte dell’eroe, le sue sorelle si abbandonarono a un lamento funebre così straziante da suscitare la pietà Artemide, che le trasformò in galline faraone.
























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