di Piero Maroni
MITI E LEGGENDE DELL' ANTICA GRECIA

6 - Uccisione degli uccelli del lago di Stinfalo
La sesta Fatica di Eracle fu quella di cacciare i numerosi e terribili uccelli, sacri ad Ares, dio della guerra, che abitavano intorno alle paludi del lago Stinfalo, in Arcadia, una palude incassata tra i monti del Peloponneso, che mangiavano carne umana.
Dotati di becchi, artigli e ali di bronzo affilate come rasoi, erano in grado di lanciarle contro le proprie prede per trafiggerle, e così poi potevano divorare uomini e bestie, inoltre spargevano nei campi circostanti escrementi talmente velenosi che bruciavano i raccolti.
Sembra fossero giunti nel Peloponneso per sfuggire ad un famelico branco di lupi, tutte le fonti, comunque, concordano sul fatto che giunti al lago Stinfalo, questi uccelli si riprodussero molto velocemente, diventando presto un pericolo per le persone che, come detto, essi divoravano dopo averli uccisi
Così li racconta un cronista di quel tempo:
“Questi volano contro coloro che vengono a cacciarli, ferendoli e uccidendoli con i loro becchi. Ogni armatura di bronzo o di ferro che indossano gli uomini è trafitta dagli uccelli; ma se (gli uomini) tessono una veste di sughero spesso, i becchi degli uccelli dello Stinfalo restano impigliati nella veste di sughero, proprio come le ali degli uccelli si conficcano nel vischio. Questi uccelli hanno le dimensioni di una gru e sono come l’ibis, ma i loro becchi sono più potenti e non storti come quelli dell’ibis”.
Ad Eracle si presentò, da subito, una difficoltà inaspettata: gli uccelli nidificavano in una palude che era circondata da fitte selve e che non poteva sopportare il peso eccessivo del semidio, pertanto doveva trovare un modo per snidare gli insidiosi avversari.
Si accorse poi, che non poteva cacciare gli uccelli con le sue frecce, perché erano troppo numerosi inoltre, la palude non pareva né abbastanza bassa perché un uomo vi si potesse addentrare a piedi, né abbastanza profonda per permettere l'uso di una barca.
Mentre Eracle temporeggiava sulla riva indeciso sul da farsi, in suo soccorso giunse la dea Atena, una sorta di sorellastra per lui, visto che la dea della Sapienza era nata dalla testa di Zeus, padre anche dell'eroe.
Atena consegnò ad Eracle un un sonaglio di bronzo, una sorta di strumento a percussione, realizzato appositamente per lui da Efesto, il dio fabbro dei dei.
Quindi, salito su uno sperone roccioso del monte Cillene, Eracle scuotendolo riuscì a provocare un fracasso tale a sconvolgere il finissimo senso dell’udito degli uccelli e farli spaventare, costringendoli così a levarsi in volo impazziti dal terrore da tutte le parti, a questo punto poté bersagliarli con le sue frecce avvelenate, intinte nel sangue dell’Idra di Lerna, uccidendone a dozzine e mettendo in fuga per sempre gli altri.
























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