
L’ISOLA DEI PALLONI PERDUTI
Mentre precipitava verso il basso cercava ancora una volta e ad occhi chiusi di immaginare su che cosa sarebbe rimbalzato e già si figurava dolori e fitte, invece fece un atterraggio soffice, soffice e piacevolissimo.
Sotto di sé era tutta gommapiuma a perdita d’occhio, simile ad un grande prato senza confini. Aprì gli occhi e si vide circondato da centinaia di migliaia di palloni, di ogni tipo, di ogni materia e di ogni colore.
Era questa l’isola dei palloni perduti, provenivano da ogni parte del mondo ma parlavano tutti la stessa lingua ed avevano tutti un’esperienza comune: si erano persi e non erano stati più ritrovati.
Palloni rossi, palloni gialli, palloni bianchi, palloni da calcio, palloni da basket, palloni da pallavolo, palloni di cuoio, palloni di plastica, palloni di stoffa, c’erano persino quei palloni volanti comprati nelle feste e nelle fiere e che, sfuggiti di mano ai bambini distratti, avevano attraversato il mare e si erano venuti ad impigliare tra i rami degli alberi così che da lontano sembravano foglie variopinte e bizzarre.
Poco in alto, sospesa in un cielo blu e terso, stava una vecchia mongolfiera che forse era stata lasciata andare perché oramai ritenuta inutile dagli uomini e che invece lì sull’isola aveva ritrovato una felicità nuova giocando coi palloncini e le palline, trasportandoli in volo da un lato all’altro di quel paradiso, insomma si sentiva importante ed era da tutti ricercata e benvoluta.
Aria dolce e cielo sereno, niente vento e niente pioggia, proprio un’isola beata.
“Ma che piacevole sorpresa,” pensava tra sé e sé il pallone giallo, “chi l'avrebbe mai detto che anche per degli sfortunati palloni come siamo noi, esisteva una specie di paradiso terrestre, mi sa che io da qui non mi sposto più!”.
























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