La dura legge della natura

Si resero conto che era del tutto inutile restare a vigilare nell'attesa che si schiudessero i piccoli bozzoli, loro due non potevano più niente, appena le nuove mosche, figlie loro, fossero uscite da quel guscio, avrebbero preso il volo per chissà dove senza minimamente curarsi dei genitori che neanche avrebbero riconosciuto, tanto valeva allora andarsi a godere ciò che restava della loro vita e affidare alla natura il destino dei figli, come del resto era costume fra le mosche.
Lele e Moschina però non si allontanarono più di tanto, quel parco vicino alla casa del poeta Pascoli era di loro completo gradimento e, nei giorni successivi, quando vedevano qualche mosca sconosciuta volare vicino o sopra di loro, Lele non poteva trattenersi dal chiedere a Moschina:
“Mi pare che quella assomigli a te, che sia nostra figlia?”.
Moschina sorrideva: “Può darsi, ma può darsi che sia anche quella, o quello, o quella, o quello...!”. E con una zampina indicava le tante, troppe mosche che popolavano quel parco.
Il tempo scorreva più veloce che mai ed un grigio mattino Moschina si svegliò tremando: “Ho freddo, molto freddo!”.
“Non temere”, la rassicurò Lele, “è solo una nuvola passeggera, siamo in piena estate, tra un po' sarà caldo come e più di prima!”
“Sì, ma ho anche un terribile mal di testa, sentimi il polso, forse ho la febbre!”.
Lele si chinò su lei, le pose una zampetta sulla fronte e si avvide che scottava, non serviva sentirle il polso, era evidente che la febbre era alta. Si rannicchiò accanto a lei e aprì un’ala come fosse una coperta per meglio proteggerla, ma tutto fu inutile, i brividi erano sempre più forti e spessi, poi di colpo cessarono, Moschina socchiuse gli occhi, lasciò andare un ultimo lungo respiro e morì.
Ora era completamente solo, le tante mosche vicine d'albero, neanche si erano minimamente curate della scomparsa di Moschina, per loro era del tutto naturale morire, sapevano che la loro vita durava circa un mese se tutto andava bene, perciò tutto rientrava nelle leggi della natura e non c'era niente che si potesse fare, oggi era toccato a lei.
Scuoteva la testa Lele e mormorava scontento:
“Se questa è la legge della natura, è sbagliata, proprio una bella fregatura, quando meno te lo aspetti, la tua vita è giunta al termine, no, così non è giusto!”.
Colmo di dolore sistemò il corpo di Moschina in una crepa della corteccia di un vecchio pino, non voleva che diventasse cibo per formiche ingorde, poi si apprestò a lasciare il grande parco per andare incontro al suo destino.
Avvertiva che quello sarebbe stato il suo ultimo viaggio, anche per lui la morte non avrebbe tardato ad afferrarlo, ma non ne aveva affatto timore, si era rassegnato, senza la sua Moschina la vita non aveva alcun senso.
Non fece molta strada, voleva andare a dirlo alla mosca Peppa della scomparsa della sua moglie e compagna, ma si sentì improvvisamente stanco, molto stanco, volare gli era divenuto un esercizio pesante da sostenere.
Le alette si fecero di piombo, no, era inutile tentare di proseguire, gli mancava il fiato, meglio scendere e fermarsi da qualche parte e riposarsi un po', poi avrebbe ripreso il volo, almeno così era convinto di poter fare.
La sua attenzione fu attirata da un folto gruppo di piccoli umani che seduti sull'erba fresca del parco inghiottivano paste e panini accompagnati da risate e schiamazzi.
“Bene”, pensò Lele, “mi appoggerò su di loro, mi riposerò, succhierò qualcosa di ciò che loro inghiottono e così riprenderò le forze per riprendere il viaggio.”.
Un breve silenzioso volo per non farsi notare e andò ad appoggiarsi sulla piccola mano di un umano che reggeva un profumato bignè dal quale colava una scura goccia che, per ciò che gli sembrava di ricordare, doveva essere cioccolato.
“Ottimo”, pensò, “è proprio quel che ci vuole per riprendere le forze!”.
Il piccolo umano teneva la mano con il bignè ben stretto, appoggiata su un suo ginocchio come se quel dolcetto fosse troppo pesante per lui, lentamente, per non farsi udire, Lele avanzò senza rumore d'ali verso quella ghiottoneria a cui era sempre più vicino, ma non si avvide dell'altra mano dell'umano che lentamente si avvicinava e che all'improvviso scattò veloce come una molla su di lui.
L’impatto fu terribile e sicuramente doloroso, ma durò poco, anzi pochissimo, tanto che è lecito supporre che Lele neanche si sia accorto che era quella la sua fine, tutto ciò che rimaneva di lui era una macchiolina nera sul palmo della mano del piccolo umano a cui era rimasto appiccicato il corpicino squagliato della mosca e buon per lui che non fece in tempo a udire i gridolini degli altri piccoli umani che ridevano a bocca aperta quando il loro compagno urlò con una smorfia di disgusto: “Che schifo, ho schiacciato una mosca e mi è rimasta appiccicata alla mano!”.
Orgoglioso com'era, a udire queste parole, ci sarebbe rimasto male, molto male.
Ma oramai per la mosca Lele tutto era silenzio, un lungo interminabile nero silenzio.
























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