UNA STORIA SICILIANA (2)

Per tutta risposta i tre giovanotti si girano verso di me ridendo, incuranti delle mie richieste, e, come se non bastasse, uno di loro mi mostra il dito medio sibilando un vaffanculo...!
Minchiaaa..., non l'avesse fatto mai, non ci ho visto più, scendo dalla macchina furibondo, mi getto su di loro e meno come un dannato, ho in corpo una rabbia incontenibile, sono una furia, li massacro, li lascio ammaccati e sanguinanti, il mio quintale e oltre di peso ha fatto la differenza.
- La spostate ora sto cazzo di macchina o devo ricominciare? Ho loro urlato.
Minchia! Uno di questi figli di puttana tira fuori il telefonino, faccio in tempo a sentire che sta chiamando i suoi amici, che mi ributto in macchina e a marcia indietro esco da quella via, ma troppo tardi, i loro amici sono già arrivati con due macchine ed ora mi stanno alla calcagna.
Mi dirigo sulla strada statale e adesso sono tre le macchine che mi inseguono e si avvicinano sempre di più. A pochi chilometri so che c'è l'area di servizio di un mio conoscente, se arrivo lì forse sono salvo.
Spingo sull'acceleratore, entro nel piazzale, faccio appena in tempo a spegnere il motore che mi trovo circondato da dieci, dodici bastardi che con un crich mi frantumano il vetro del finestrino, alzano la sicura della portiera, di forza mi tirano fuori dall'abitacolo e mi si gettano addosso furiosi.
Minchiaaa..., i connotati mi cambiarono!
Sono sicuro che mi avrebbero ammazzato se non fosse uscito l'amico gestore che vedendomi così conciato, ha quasi urlato:
- Giacosa, che succede, ma che ti stanno facendo?
- Minchia...Giacosa? È Giacosa... Giacosa...!!! Hanno gridato quelli.
Un attimo e sono risaliti di corsa sulle loro auto e sono spariti facendo stridere le gomme sull'asfalto. Più tardi, dopo una medicazione alla buona e dolorante in ogni parte del corpo, l'amico mio mi ha riaccompagnato a casa. Neanche era trascorsa mezzora che suonano alla porta, erano due ceffi che conoscevo bene e già sapevo chi me li aveva inviati e cosa mi avrebbero chiesto.
- Li vuoi morti? Fu tutto ciò che mi chiesero.
- No, no, lasciate perdere, hanno tempo per imparare, sono ancora giovani e inesperti!
Dopo di loro è iniziata la processione dei familiari di quei giovinastri a prostrarsi e chiedermi quanto volevo per lasciarli in vita.
- Niente, ho risposto, non voglio niente, ma statevene accorti perché quelli son destinati a fare una brutta fine.
Lo volete sapere? La gran parte di quelli sono già morti ammazzati e sono certo che prima o poi anche gli altri faranno la stessa fine, qui hai poche speranze se non entri nella organizzazione giusta, ora i giovani non danno più retta a nessuno, si vogliono mettere in proprio, ma c'è chi taglia la cresta ai galletti, l'ordine delle cose non si cambia così, ma nessuno di noi vivrà abbastanza per vedere quando e come cambierà.
Eravamo intanto giunti alla nostra meta sul picco di una collinetta da cui si scorgeva un paesaggio bruciato da un sole torrido che mi ricordava certe assolate praterie americane viste in qualche film western.
- Ma che forte - ho quasi gridato - mancano solo gli indiani e poi siamo in pieno Far West!
- Non ti preoccupare, ha aggiunto Salvatore, se restiamo qui ancora un po' vedrai che arrivano, datemi retta, sbrighiamoci se vogliamo concludere l'affare perché in queste contrade ci sono tanti sbandati che ti saltano addosso per due soldi.
Bene, un'occhiata veloce al materiale e, in auto, con una stretta di mano e un sorriso, l'affare era concluso con piena soddisfazione di entrambi i contraenti.
-Vi porto io all'aeroporto, annuncia Salvatore, prima però ci fermiamo in un bar di mia conoscenza e brindiamo all'affare concluso.
Un calice di fresco Zibibbo e una granita al limone potevano bastare, ma Salvatore ci vuole lasciare un souvenir della Sicilia, fruga in una vetrinetta del bar e tira fuori due modellini del tipico carrettino siciliano e vi aggiunge due bottiglie di zibibbo e due di limoncello, e così, con il sacchetto di plastica in una mano e la valigetta nell'altra, ci accomodiamo su un divanetto nella sala d'attesa dell'aeroporto di Catania.
L'aereo avrebbe dovuto decollare fra un'ora o poco più, ha invece un ritardo di un'ora e mezza, che noia! Il sacchetto di plastica con le bottiglie lo sistemo sotto il divano su cui siamo seduti, almeno lì sotto non dà fastidio, appoggio la valigia accanto a me e quasi mi ci sdraio sopra. Alcuni minuti dopo son lì che dormo alla grande.
Quando un bel po' dopo mi sveglio sono piuttosto stordito e ho un attimo in cui non ho accortezza di dove siamo e di cosa stiamo facendo, piego le gambe per sgranchirle, urto qualcosa e sento come un rumore di vetri che si rompono.
Ma porca miseria, le bottiglie nel sacchetto, me le ero completamente scordate, abbasso lo sguardo sotto il divano e scorgo un rivolo di liquido oleoso e giallastro uscire dal sacchetto e scivolare verso il centro della sala. E adesso?
Mi guardo intorno per vedere se c'è un addetto alle pulizie, niente, il liquido colloso si sta allungando sul pavimento coperto da un linoleum grigio chiaro che mette ben in evidenza la colata, Roberto dorme come un ghiro, mi prende una punta d'ansia e non posso distogliere gli occhi dal guaio che ho provocato e che non so come risolvere.
Ora si sta compattando e allargando e forma una piccola pozzanghera, intanto l'altoparlante avvisa i viaggiatori a prendere posto sull'aereo che parte per Madrid, vedo che si sta formando una fila piuttosto numerosa e vengono a transitare proprio davanti a noi. Questa non ci voleva, e se uno ci scivola sopra e cade? E se si fa male? E se si sporca? Sarà facile individuare il colpevole del disastro, ci siedo sopra.
Sono pieno di ansia e preoccupazione e un maledetto addetto alle pulizie non compare da alcuna parte. Devo impedire che la gente cammini su quel limoncello viscido, così allungo entrambe le gambe fin quasi a coprirlo e facendo finta di dormire, udivo però ogni tanto qualche risatina divertita, sono sicuro che ci sarà stato chi avrà pensato che me l'ero fatta addosso colpito da una diarrea fulminante, quella pozzanghera giallastra ne aveva, infatti, tutto l'aspetto.
Quando finalmente hanno chiamato il volo per Bologna è stato il sollievo che più ho desiderato in quel momento, e mentre ci allontanavamo non facevo che ripetermi:
- Stai sereno, non ti prendono più!
Il vino, il carrettino siciliano e ciò che restava del limoncello, sono rimasti parte nel sacchetto sotto il divano e parte in una pozzangherina sul pavimento, mai però mi sono chiesto a quale destino siano andati incontro, né li ho mai rimpianti e il limoncello da allora mi è sempre stato odioso.
























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