di Piero Maroni  

Deportati ad Auschwitz

SE QUESTO È UN UOMO

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa e andando per via,
coricandovi, alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
 
Primo Levi
10 gennaio 1946

Primo Levi è uno scrittore  la cui vita è stata segnata da un’esperienza tragica: la deportazione nel campo di concentramento d’Auschwitz durante la Seconda guerra mondiale. Nato a Torino nel 1919, ebreo, appartenente a una famiglia borghese, laureato in chimica. Levi è un antifascista e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unisce a un gruppo di partigiani, ma viene presto arrestato e inviato nel campo di concentramento di Fossoli presso Modena, da qui, nel febbraio del 1944, è deportato ad Auschwitz in Polonia, in un campo dove si univa il lavoro forzato al vero e proprio sterminio degli Ebrei e non solo. Qui rimane per circa un anno, finché i tedeschi in fuga non lo abbandonano insieme con altri prigionieri ammalati. Essendo scampato allo sterminio, Levi sente il dovere di testimoniare la realtà dei campi nazisti, di scrivere anche a nome di tutti gli altri che sono morti. Da quest’esigenza nasce il romanzo-testimonianza “Se questo è un uomo”, pubblicato nel 1947. Un altro importante romanzo è “La tregua” in cui narra il ritorno dalla Polonia.

Nonostante i successi letterali e l’attiva partecipazione alla vita del suo tempo, Levi non è mai riuscito a dimenticare l’angoscia del Lager. È stata probabilmente la ferita insanabile prodotta da questa dolorosa esperienza a spingere al suicidio lo scrittore torinese che si è tolto la vita nel 1987.

La poesia “Se questo è un uomo” è un’opera di testimonianza e insieme un documento storico.  In esso l’autore ripercorre in modo drammatico ed efficace la tremenda esperienza da lui vissuta nel campo di concentramento, presentandoci un allucinante quadro di orrori e di sofferenze, che non vuole ridursi a un tragico lamento, ma è un invito a conoscere, a meditare e riflettere affinché nella storia dell’uomo non si ripetano più le condizioni che hanno permesso la nascita e l’affermarsi di un’ideologia come quella nazifascista.

Nella poesia Primo Levi racconta le dure regole dei campi di sterminio.  Nella prima strofa è alle persone che trascorrono un’esistenza nella normalità che l’autore si rivolge, invitandole a riflettere. La gente in condizioni “umane”, vive nelle proprie case, ben riscaldate, accoglienti, in cui la sera, chi ha lavorato durante il giorno, trova un pasto caldo e volti familiari. A questa situazione di tranquillità si oppone nella seconda strofa quanto d’atroce accade nei campi di sterminio.

Levi invita a riflettere, a considerare se è un uomo colui che lavora nel fango, che non conosce pace ed è costretto a lavorare in continuazione. La riflessione dell’autore diventa anche più profonda  e dolorosa nel soffermarsi a guardare alla condizione delle donne deportate, private del proprio nome e di cui la volontà di vivere si è spenta, sapendo di dover morire.

Nella terza strofa Levi invita a riflettere su quanto è accaduto e esorta tutti a non dimenticare. Per chi sostiene idee razziste Levi scaglia una maledizione: che si distrugga la loro casa, che li colga la malattia, che i loro figli li abbandonino.

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Pubblicato il 01.06.2026 - Categoria: Maroni Gallery

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Sei sempre stato un coerente Tu ma il partito non molto anzi !!
Yans Geneviève ha inserito un commento in LE TERZE MEDIE STUDIANO IL LATINO
Io che sono belga nata nel 1947, ho studiato latino fra Medie e Liceo x 6 anni e greco x 5. Ho conti...

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