
“Ma come facciamo a raggiungere il tuo alveare? Tu hai le ali, le mie zampette non possono reggere la tua velocità, potrei usare il filo per le mie ragnatele, ma con questo posso andare solo dove mi spinge il vento, non ho speranza di poterti seguire.”.
“Non ti preoccupare, sei così leggero che non mi sarai di alcun impedimento, sali sulla mia groppa e non avere timore di nulla.”.
Fu un viaggio breve e velocissimo che Ragnetto compì a occhi sempre chiusi e con una grande paura di essere scaraventato al suolo. Tutto però andò a gonfie vele e quando si fermarono erano davanti all'ingresso di una delle tante casette di legno che componevano l’alveare.
“Non ho mai visto un posto simile”, chiese Ragnetto all'ape, “chi ci abita qui?”.
“Queste sono le nostre casette”, rispose l’ape, “si chiamano arnie, ora ti faccio entrare e vedrai coi tuoi occhi il nostro mondo.”.
A dire il vero Ragnetto era un po’ preoccupato, ma lo stesso entrò e la preoccupazione aumentò e di molto quando fu al cospetto di due feroci sentinelle che dopo averlo a lungo toccato con le loro antenne e non riconoscendolo come uno della loro famiglia, si prepararono ad ucciderlo estraendo senza nessuna indecisione i loro affilati pungiglioni.
Prontamente e fortunatamente intervenne l’ape operaia che gli fece scudo col proprio corpo:
“Ferme, ferme”, gridò, “è con me, lo devo condurre dalla regina, garantisco io per lui, datemi retta è una bravo giovane, non ci darà alcun problema o fastidio!”.
Mezzo svenuto dalla paura, Ragnetto si rivolse all’operaia:
“Grazie, ma ti prego stammi più vicino, altrimenti io di qui non ne esco vivo.”.
Attraversarono poi la zona delle cellette dove tante api nutrici stavano sfamando le piccole larve, attraversarono il deposito del miele e qui Ragnetto non poté fare a meno di allungare di nascosto una zampetta, aveva udito in giro di quanto dolce era il miele ed ora la tentazione era irresistibile, ma fu ridotto a miti pretese dallo sguardo minaccioso di un’ape operaia che gli soffiò tra i denti:
“Provaci ancora e finirai come i nostri maschi!”.
Ragnetto non insistette più di tanto e veloce ritirò la zampetta con un timido sorrisino e perplesso chiese alla sua amica il significato di quelle parole.
“Devi sapere che i nostri maschi sono dei grandi fannulloni, non vogliono lavorare ma vogliono mangiare il miele, allora noi per liberarcene, dopo averli usati per fecondare le nuove regine, li uccidiamo o li cacciamo dall’alveare e prima che arrivi il freddo sono già tutti morti.”.
A Ragnetto corse un brivido lungo la schiena e non poté fare a meno di pensare:
“Toh, in questo ci assomigliamo, anche nel nostro mondo i maschi rischiano la vita per colpa delle femmine!”.
E finalmente entrò nella stanza della regina e ciò che vide gli sembrò incredibile, c’era un’ape grande e grossa, enorme e senza ali, aveva un addome talmente sviluppato da sembrare un palloncino ovale e, come una macchina, sfornava uova in continuazione che alcune operaie raccoglievano e depositavano nelle celle vuote.
Ragnetto con un inchino e chiamandola maestà, le espose il suo caso e chiese se poteva aiutarlo.
La regina abbassò lo sguardo e fissando il piccolo ragno rispose:
“Sì, certamente!”.
























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