Dal latino monere (ammonire, ricordare), raffigura personaggi e fatti degni di memoria. A San Mauro i monumenti sono pochi. Erano rarissimi, se si considera che quattro dei sette che elencherò sono stati collocati in anni assai recenti. Cosa ciò significhi non saprei dire con esattezza. La metto così: i sammauresi hanno avuto da fare e non sono riusciti a curare gli aspetti celebrativi, pur se importanti. Il che non vuol dire che non abbiano coltivato una loro narrazione fondata su una loro identità, tutt'altro, ma l'hanno fatto in maniera più sommessa. Insomma erano poveri e dovevano guadagnarsi la vita. Nelle parole alate di Pascoli, di fatti (Prefazione a Garibaldi, 1911), San Mauro è il “faticante villaggio dove gli uomini non conoscono stagione morta, perché hanno ognuno due o tre mestieri vivi dal canto del gallo al singulto del chiù, sì che quale e quanta sua faccia la terra presenti al sole, San Mauro lavora; povero rude villaggio dove le donne si danno da fare come gli uomini ”.
Tutto ciò è tanto vero che il monumento ai caduti, diffuso nei comuni quasi quanto i campanili, fu collocato in un edifico preesistente: la chiesuola della Madonna dell'acqua. Non basta. Il busto di Pascoli, che fa bella mostra di sé nel giardino della casa del poeta, fu donato dai forlivesi all'inizio degli anni Trenta. E fu nell'anno mariano 1954 che i parrocchiani elevarono, guidati da don Luigi Reggiani, un monumento alla Madonna nella piazzetta oggi intitolata allo stesso don Luigi. Passa quasi mezzo secolo e a San Mauro Mare viene collocato un secondo busto pascoliano accompagnato dalla poesia I puffini dell'Adriatico, una delle assai rare che il poeta dedicò al mare. Il monumento, che oggi ci accoglie all'ingresso della località turistica, è opera del compianto architetto e artista sammaurese Stefano Campana. Infine i nati nel nuovo secolo: “La cavalla e il fanciullino” di Leonardo Lucchi, ispirato con tutta evidenza alla cavalla storna e al fanciullino pascoliani e innalzato nella rotonda all'intersezione tra la circonvalalzione e via Arno; l'erma, opera di Domenico Neri, di Agostino Giorgi, insigne studioso, autore dell'imponente e assai noto nel Settecento, Alphabetum Tibetanum, che si mostra nella piazza omonima, dove Giorgi nacque; e, last but not least, il monumento alla scarpa, rosso, eretto nella rotonda tra via Bellaria nuova e la circonvallazione. Che mancava, essendo la scarpa, come si sa, elemento costitutivo dell'economia paesana, con tutto quanto ne consegue.
Gianfranco Miro Gori
Monumento
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